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Antonio Paolucci Personale Flash, Biblioteca Casanatense, Roma Giugno 2011

(….) Ho studiato con attenzione il Suo catalogo e devo dirLe che ho apprezzato la Sua visione fulminea e percettiva del vero. Non il tempo sospeso, ma la subitaneità del fenomeno visivo. Il Vero come un susseguirsi di “flash” che il fluire delle emozioni e della vita dissolve e consuma. Brava! Complimenti! (…)

IL TEMPO – Gabriele Simongini 28 aprile 2013

Le “quattro stagioni” di Passalacqua in mostra

(…) Un percorso vissuto con intensità, portando avanti e tentando di rinnovare il linguaggio futurista, quello di Giacomo Balla in particolare, dalle “compenetrazioni iridescenti” ai contrasti di forme e colori del ciclo “Ottimismo e Pessimismo”. (…) Per l’occasione sono esposte quaranta opera della Passalacqua dedicate, in questi ultimi tre anni, al tema delle “Quattro Stagioni”, che evocano poi l’intero ciclo vitale e il suo rinnovamento inesausto. L’alternarsi delle stagioni, oltre che dai colori di volta in volta accesi o freddi ma sempre potenti, è segnato anche da un turbine di forme che si accavallano suggerendo i sommovimenti profondi che percorrono la natura e lo stesso animo umano.

Teodolinda Coltellaro Calabria Ora 30 aprile 2013

Lina Passalacqua: le quattro stagioni

(…) Le opere esposte permettono di cogliere, oltre alla sapienza tecnica e alla preziosità del tessuto pittorico, la raffinata sensibilità con cui l’artista traduce le interne pulsazioni creative. Esse, pur evocando nel dinamismo segnico la matrice futurista, propongono un astrattismo lirico di grande forza espressiva da cui affiora l’intensità di uno scavo interiore condotto fin nelle profondità più insondate dell’anima. Le “sue” stagioni sono chiara metafora della vita nel suo scorrere, dal momento sorgivo al suo ineluttabile declinare, ma più ancora sono metafora della ciclicità infinita dell’esistere in cui il cammino del singolo appare come un abbagliante frammento vitale, una nota sospesa di poesia inserita nell’armonica partitura del cosmo. (…)

Le cinque stagioni di Lina Passalacqua

(…) In realtà la cosa che più colpisce di questo nuovo ciclo è la creazione di una sorta di quinta stagione che intesse tra loro tutte le altre, miscelando i bagliori rossi dell’estate, i toni rugginosi dell’autunno, i vapori nivei dell’inverno e la tavolozza germogliante della primavera, in un tempo fuori del tempo, che accoglie le sue pennellate taglienti, l’intrecciarsi quasi futurista di prospettive e di piani, imponendoci la lentezza della sosta e dello sguardo. Uno sguardo complice e ravvicinato che tratta il paesaggio come un turbinio di forme e colori: foglie che si gonfiano come vele, rami aguzzi, cieli sfarinati, carezze di terra e di ombra. Forme trasfigurate in ricordi o presagi.

Danilo Maestosi, Il Messaggero, 1 maggio 2013

Maria Teresa Benedetti

LE QUATTRO STAGIONI

La natura è sempre la stessa.. ..ma l’arte deve darle il respiro della durata, deve farcela gustare come eterna.

Paul  Cézanne

Dopo avere  dipinto  la serie degli elementi  cosmici  – acqua, aria, terra, fuoco-  Lina  affronta il ciclo delle stagioni, cogliendo  originali relazioni di forme e colori, alimentate da una concezione  dinamica del reale,  che ne  interpreta     le infinite metamorfosi.

La vita della natura diviene occasione per rintracciarne i segreti, coglierne l’essenza , sublimarne le apparenze, con piena consapevolezza della  sua ricchezza, dei suoi perenni contrasti.

Guidata da una sensitività storicamente “ moderna”, l’artista adotta con piglio virile, pur senza  trascurare accenti  di sottile poesia, toni diretti,  che sconvolgono  i  linguaggi tipici dell’arcadia, eliminano ogni  indulgenza  a una statica  poeticità, enucleano forti  elementi di novità,  innescati  su  una  robusta  attitudine creativa.

L’eterno rinnovarsi del creato è colto in modo franco, seppure attento a percepirne il palpito, a disegnare  un diario intimo e commosso,  che  riflette la profondità della coscienza .

Grandi unità cromatiche si integrano in  complessi  ingranaggi espressivi, determinazione e coraggio animano un lavoro che riflette, in modo autonomo, esperienze di avanguardie storiche,dal futurismo all’astrattismo .

L’eredità futurista si ritrova nell’energia plastica, nel fluire dinamico del segno,nell’eliminazione di  strutture rigidamente  prospettiche, nel  tendere della visione all’infinito, nel premere di forze che sembrano volere uscire dal dipinto. L’adesione a un astrattismo di matrice lirica si manifesta nel senso di  libertà del ductus pittorico, nell’ individuazione  di una capacità espressiva  che superi  ogni  suggestione naturalistica, nell’importanza attribuita allo spessore di un colore compatto e squillante, che riflette una risonanza interiore.

L’occhio indaga sui particolari, accenna attraverso  la forma a voli dell’anima, resi  attraverso la musicalità dei movimenti del pennello. Attraverso un affinarsi della sensibilità,  emerge la capacità di rendere plastico, concreto, ciò che sarebbe potuto apparire incorporeo, in plasmabile, irrappresentabile.

Suggestioni  musicali, insieme agli echi delle  voci dei poeti, sono sicuramente  elementi di  stimolo  nell’ impresa di rendere visivo il segreto profumo del  mondo.

Il  volteggiare di una foglia, l’arabesco di un ramo che si espande nell’aria,  il volo di un uccello che sembra inghiottito nell’azzurro, l’armonia di una nuvola sul profilo delle cose, le sfumature del  grande insieme di un universo in perenne  trasformazione, sono colti con tesa  osservazione,  fusi nell’unità di vero e ideale.

Una complessa  registrazione penetra fino alle fibre più segrete del  creato: il senso panico del rinascere della vita dall’imo  pulsa nella Primavera, il canto alto e fondo, vibrante di colori accesi  racconta l’ Estate, il baluginio segreto di una bellezza raccolta testimonia l’Autunno, la sinfonia  dei bianchi abbaglianti ritma nell’Inverno una  successione  di  immagini, che trasmettono una profonda, seppure controllata  emozione.

La fantasia vola e il senso dell’ascesi  è volo dell’anima,  un vento ideale sembra testimoniare  l’ondata della vita, il commuoversi dell’eterno grembo del mondo.

Il  canto si espande  con  amorosa esaltazione ,lo sguardo individua  un particolare rivelatosi alla profondità di un occhio prensile di fronte alla maestà dei cieli, degli orizzonti, dell’insondabile  mistero  del creato.

Gli elementi naturali  costituiscono  il punto di contatto fra l’idea e il reale,

l’idea  genera la visione, ciò che è esterno diviene  espressione e riflesso di un atteggiamento interiore.

Se osserviamo il dipinto  Le quattro stagioni, che riassume l’esperienza di tutto il ciclo, rileviamo come una concezione lirica delle forme esprima una continuità dinamica, simbolo della vita stessa  nel suo succedersi. Linee, forme, colori sono  diventati  energia.

Presentazione in catalogo LINA PASSALACQUA – Le Quattro Stagioni

Gangemi International Editore, marzo 2013

Mostra Personale Museo del Vittoriano dal 18 aprile al 18 maggio 2013 Roma

Enzo Benedetto

COLLOQUIO TRA ENZO BENEDETTO E LINA PASSALACQUA



In un incontro avvenuto nello studio di “Futurismo Oggi”, ho assistito ed ascoltato con interesse, ma senza parteciparvi, ad un colloquio “atipico “ fra il direttore della rivista, Enzo Benedetto, e la pittrice  Lina Passalacqua, che aveva con sé un ricco album di diapositive. Non ho tralasciato di prendere appunti, dai quali traggo una serie di battute.

BENEDETTO –  Da quanto mi dice e vedo in questa serie di diapositive mi sembra di capire che la sua ricerca, avendo superato i problemi di maturazione professionale, le consente di esprimersi al meglio con libertà .Per questo è entrata istintivamente nella scia della pittura di alcuni esponenti del futurismo staccandosi dal suo precedente impegno strettamente figurativo. Dietro quale istinto e, se è possibile stabilirlo, quando si è decisa in questa attuale direzione?

PASSALACQUA – Devo andare un po’ indietro nel tempo. Tra i miei punti fermi giovanili, ad esempio, c’era Lorenzo Lotto, e fu per studiare meglio questo pittore che decisi di accettare il mio primo incarico di insegnamento di ricerca pittorica nelle Marche, a Jesi. Detesto il dilettantismo e il pressapochismo che imperversano ai nostri giorni e privilegio il rigore. Sono attratta dalla tecnica della pittura ad olio che ha in sé qualità magiche e mi ha interessato la buona pittura di qualsiasi periodo, come impressionismo, divisionismo e le avanguardie, fino a convenire che, fra queste, la più interessante era quella che partiva dal filone futurista.

BENEDETTO – Per meglio intenderci, non crede  che la cosiddetta “avanguardia” trova soltanto nel Futurismo la forza e la coscienza di essere “tale”? Comunque, quali pittori la colpirono di più?

PASSALACQUA – Anzitutto Picasso, per la concezione dello spazio con i molteplici punti di vista che permettono la sovrapposizione di più vedute da punti diversi; con l’intento di raffigurare gli oggetti come sono nella realtà e non come appaiono. E’ il primo che rompe la concezione rinascimentale, una rottura che spezza cinquecento anni di storia. In questo spazio liberato i futuristi hanno aggiunto il moto, la simultaneità, la nostra epoca. Anche da Fernand Léger trassi molti insegnamenti, fra cui quello dell’ingrandimento dell’oggetto, che a sua volta diventa soggetto del quadro. Sentivo meno Kandinsky e il suo astrattismo puro. Inoltre i pittori futuristi: Boccioni per primo, Balla, Depero…

BENEDETTO –Non sono d’accordo sulla ipotesi  che i futuristi hanno aggiunto qualcosa  allo spazio liberato da Picasso. I futuristi, fatti salvi i meriti particolari di Picasso, partono dal concetto di artevita, idea motrice – sempre secondo noi – di tutte le  attività, ed il loro pensiero è a monte dell’arte e dei problemi tecnici, ma li condiziona in tutti i campi di attività. Ma perché cita per primo , fra i futuristi, Boccioni?

PASSALACQUA – Nei quadri di Boccioni è rappresentata una energia in movimento che è la stessa della nostra epoca. Nella Città che sale si respira un’aria di caotica violenza, di energie cosmiche scatenate, la realtà naturale è interpretata come una continuità dinamica escludendo le distinzioni di temo e di luogo. Io ho cercato di rendere quelle forze che si intersecano, che stanno alla base delle sue opere. Ma può esserci anche, intimamente, l’attaccamento affettivo per un artista della mia stessa terra. Sono anch’io nata in Calabria, a Sant’Eufemia d’Aspromonte, e mi rammarico, anzi, che alla Pinacoteca di Reggio Calabria non ci sia neppure un’opera sua

BENEDETTO –  Trovo tanto apprezzabile il suo attaccamento a Boccioni. Io stesso, fin dal 1924 ed in molte riprese e presso varie amministrazioni, ho chiesto, senza esito, che in una piazza (o nel Museo) figurasse una riproduzione della sua  Forme uniche di continuità nello spazio senza riuscire ad ottenere ascolto per questo desiderio, Comunque tutta l’opera di Boccioni è fondamentale  e fin da allora illustra i nuovi tempi. Dal dinamismo plastico che evidenzia il moto come espressione della vitalità, agli stati d’animo che esprimono dinamismi di sentimenti e di idee.
Come distinguerebbe lei la dinamica di Boccioni da quella di Balla?

PASSALACQUA – In Balla, il vero è analizzato quasi come sequenza cinematografica e il dinamismo è rappresentato come ripetizione di elementi che si spostano nello spazio; in Boccioni è invece l’azione, il moto a creare nuove forme plastiche nello spazio. Boccioni come è stato detto – è l’<esponente lirico della moderna concezione della vita, basata sulla rapidità e contemporaneità di  conoscenza e comunicazione >

BENEDETTO – In che senso si sente legata al futurismo di questi pittori e quali varianti percepisce nei confronti de futurismo di prima?

PASSALACQUA –  Mi interessa il continuo spirito di rinnovamento e la ricerca del nuovo. Come apporto personale inserisco nella mia dinamica, questa materia – che è anche essa  energia – dell’effimero quotidiano del mondo moderno: il  flash.

BENEDETTO – Cosa intende per flash nella pittura?

PASSALACQUA – Il flash  è l’istante. Tutta la nostra vita oggi è colpita da immagini per un istante, sia che guardiamo dal finestrino del treno, o dell’automobile, o nell’alternarsi dei canali televisivi e degli  spots pubblicitari, nelle edicole dei giornali, nelle insegne luminose, nei fari delle macchine che lampeggiano e scompaiono… Viviamo nell’epoca del flash e tutto appare frammentario. Anche i nostri sentimenti subiscono questa caratteristica.   Sono impressionata dai flash della nostra epoca, dalle “schegge “ di vita che ci colpiscono continuamente. Vivo in una società fatta  di flash , che rischia di perdere la memoria storica e forse anche quella morale.

BENEDETTO – D’accordo, ma con il proposito di non perdere il senso dell’assieme attraverso piccoli particolari (nello spazio/tempo) altrimenti tutto si sgretola e tutto si distrugge come dopo un’esplosione.
Perché nei suoi quadri più recenti inserisce, nei flash , anche qualche immagine umana? Non trova che nell’insieme di forme e colori astratti, la figura o il frammento di figura possono disturbare l’equilibrio del racconto cromatico ed essere una pericolosa distrazione per l’osservatore?

PASSALACQUA – No, se si guarda, ad esempio, la TV, sono sempre presenti insieme: ci troviamo di fronte e volti e cose in spazi  geometrici. Il mio tentativo di fusione dei due elementi è giustificato anche dalle sensazioni che provo quotidianamente. Sono i dettagli, è il particolare che diventa soggetto del quadro. In  alcuni dipinti ho cercato di inserire anche frammenti del passato, in particolare nel quadro intitolato Schegge di memoria, dove i rossi del Pontormo si mescolano ai tagli di uno spazio futurista. E qui è anche un omaggio che ho inteso fare ai maestri del Rinascimento. Se oggi devo recuperare la “ memoria storica” non posso farlo evocando un mito, che secondo me non avrebbe più senso, ma rielaborando frammenti di  immagini del passato che mi hanno colpito, inserendoli in uno spazio moderno.

BENEDETTO – In questi richiami al passato la comprendo, comunque non ho ancora visto dal vero le sue opere e ciò mi rende più difficile parlarne.

PASSALACQUA – Nell’ultimo mio quadro, La motoretta, il flash coglie un frammento di motocicletta, un casco e  un braccio umano. Lo stesso si può dire del quadro Traguardo dove lo sventolio di una bandiera si fonde con la calotta di una macchina da corsa. E qui, oltre la lezione di Léger o dei futuristi, viene fuori anche quella della pop-art.

BENEDETTO – Capisco, e le faccio i miei più cordiali auguri per il suo lavoro che trova giustificazione e scopo nei suoi stessi pensieri. Ma non mi tolga il piacere di esortarla a guardare con distacco gli altri “grandi”. Cerchi sempre di seguire l’istinto dominante.

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Presentazione in catalogo LINA PASSALACQUA – Frammenti nel tempo e nello spazio

Tipografia Ugo Detti 1989 Roma

Mostra Antologica Musei Comunali – Chiesa di San Paolo dall’8 al 27 aprile 1989 Macerata

Carlo Fabrizio Carli

Cosmico dinamismo 

Lina Passalacqua è una pittrice che opera per cicli tematici, e questi scandiscono, con successione cronologica all’incirca decennale,il suo itinerario artistico. La presente mostra romana, nell’ambientazione prestigiosa,anche se per lei non nuova, del Vittoriano, e il catalogo che l’accompagna, si propongono un duplice obbiettivo: innanzitutto quello di documentare il più recente di questi cicli, Fiabe e leggende, e, nello stesso tempo, di ripercorrere, seppure in sostanziosa sintesi, l’intero svolgimento del suo lavoro, che spazia su un arco temporale di quasi dodici lustri, dando vita a una vera e propria rassegna antologica.

In realtà già le poche parole del mio esordiocomportano alcune precisazioni, che ritengo importanti per poter accostare in modo adeguato il percorso dell’artista calabrese,da decenni naturalizzata romana. A cominciare dallastessa definizione di pittrice, che non riesce più, come un tempo, di scontata individuazione, quanto è piuttosto discrimine di una vera e propria scelta di campo. Oggi,come tutti sanno, siamo alle prese con una diffusa disaffezione nei confronti della pittura considerata un linguaggio che si pretenderebbe usurato e reso banale dal troppo e troppo lungo impiego;un linguaggio che tutto avrebbe visto e tutto detto. Lina Passalacquaresta invece incrollabilmente legata alle ragioni e alla pratica della pittura, il che non toglie che, nel corso del tempo, essa si sia cimentata anche con materiali e tecniche differenti, quali bassorilievi in legno e collage di carte, questiutilizzati soprattutto quali bozzetti degli oli di più vasto impegno.

Pure l’opzione di organizzare il suo lavoro secondo una cadenza decennale, se da un certo punto di vista può rischiare di apparireconvenzionale e forzato, perché poi, riguardo all’attività di un artista, un arco temporale è equivalente a un altro, sempre, certo, che non sopravvengano epocali sconvolgimenti politici e culturali a marcare e modificare con prepotenza il corso della storia. Questa scelta – dicevo – appare suffragata da un’arcana capacità ordinatrice, come ha rivendicato efficacemente Giorgio Di Genova con la sua Storia dell’Arte italiana del ‘900, strutturata sulla base di generazioni appunto decennali (e Passalacqua vi è meritatamente inclusa, come lo fu nella più pertinente mostra riguardante la Generazione Anni Trenta).

Un’altra considerazione preliminare, ma fondamentale, riguarda il rapporto di Passalacqua con il linguaggio astrattivo. Ora è innegabile che tra i dipinti di Fiabe e Leggende, ma soprattutto, nei cicli dei Voli e delle Vele, di esiti apparentemente aniconici -di un astrattismo, comunque,lirico e non raziocinante, come ebbe occasione di puntualizzare Maria Teresa Benedetti – in cui la presenza figurale è ridotta al minimo, ve ne sono parecchi. Eppure ritengo che la pittura di Passalacqua resti, anche in questi casi, di istanza perentoriamente figurale, a tal punto le motivazioni concretiste vengono meno rispetto alle pulsioni del vero fenomenico, che la pittura della nostra artista assedia con urgenza non eludibile.

Il motivo dell’astrazione ne coinvolge un altro, anch’esso di primaria importanza per la comprensione della pittrice calabrese, ovverosia i rapporti con il Futurismo. Che sono stati molto intensi (in piena controtendenza con le opinioni storico-critiche accreditate al tempo, ovvero negli anni Sessanta e Settanta,che sembrano oggi di inesplicabile valenza riduttiva), fin dagli esordi della giovanissima artista, che non ebbe incertezze nel riconoscere nel movimento marinettiano una delle tendenze estetiche fondamentali del secolo passato, all’insegna della gran parola d’ordine futurista: Dinamismo. E se, inizialmente, il punto di riferimento era stato il grandissimo Giacomo Balla (uno dei primi dipinti di Passalacqua s’intitola infatti Omaggio aBalla), la nostra artista ebbe poi occasione di stringere stretti legami con altri futuristi storici calabresi, come Antonio Marasco e, in particolare, Enzo Benedetto. Quest’ultimo, oltre all’attività propriamente artistica, era infatti il principale teorizzatore, con la rivista “Futurismo oggi”, della continuità operativa, e non soltanto museale; dell’eredità vitale, insomma, del movimento marinettiano, anche dopo la fisica scomparsa del fondatore, occorsa il2 dicembre 1944. Con il che si è introdotta spontaneamente una questione di vasto momento, di riflessione,o,forse, per dire così, di metabolismo culturale, che coinvolge anche la nostra artista, cospicuamente rappresentata a Cosenza nella Sala permanente dei Futuristi Calabresi (nucleo aperto, per diritto di nascita, nientemeno che da Umberto Boccioni), dove, evidentemente, la controversia è stata senz’altro risolta, fin d’ora, in senso affermativo.

Ed eccoci alle prese, a questo punto, con il ciclo più recente, tuttora in elaborazione, di Lina Passalacqua, che viene esposto per la prima volta.Fiabe e leggende, una ventinadi dipinti ideati e realizzati nell’ultimo quinquennio: riesce impossibile non provare sentimenti di stupore di frontealla freschezza, alla forza, alla libertà inventiva di questa tarda ma vitalissima stagione, che accoglie alcuni degli esiti più convincenti del lungo itinerario della pittrice.

Come attesta il titolo, l’ispirazione deriva qui dalla piena affermazione del regno fantastico. Temi e personaggi sono spesso forniti da capolavori assoluti della letteratura universale, di cui solo l’approssimazione intellettuale ha cercato di sbarazzarsi, classificandoli come testi per l’infanzia, e per ciò stesso minori. Mentre essi meritano appieno le sapienti pagine di Cristina Campo consegnate a un libro di culto comeIl flauto e il tappeto o le lucide analisi di Attilio Mordini raccolte nel suosaggioDal mito al materialismo. Ad essi a si affianca adesso l’interpretazione visiva di Lina Passalacqua.

Il soldatino di piombo, le avventure di Alice, di Pinocchio, di Aladino, diPeter Pan; eL’uccello di fuoco, Il bosco incantato,l’uccellino azzurroe via di questo passo; oppure la poetica leggenda araba che narra la formazione del deserto, ci introducono nel mondo incantato delle fiabe che non si esaurisce nella facile ricreazione e neppure nel disagio del presente, ma apre l’accesso a un’arcana e più profonda dimensione sapienziale. Del resto, ci sono pure, a definire la complessa realtà delle fiabe e delle leggende, antiche e moderne – presenze come Malefica e Specchio delle mie brame, meno positive e scontate. Non a caso, al loro proposito, Passalacqua evoca l’immagine della maschera, pronta a occultare i lineamenti del volto, a dare vita a una continua alternanza di verità e di finzione.Si rimane stupiti osservando, con la necessaria attenzione,l’energia racchiusa in questi dipinti, per i quali il riferimento al lascito futurista riesce addirittura perentorio (più pacato è invece l’andamento della Leggenda araba).

Indovinata è la scelta di affiancare in mostra al dipinto ad olio il relativo bozzetto preparatorio, realizzato mediante collage di carte colorate, comprese fotografie di rotocalchi, ridotte ove occorra a esili strisce e impiegate alla stregua di un’ideale tavolozza e di altrettante pennellate. Vorrei segnalare come i fantasmagorici bozzetti costituiscano opere, nel loro genere, compiute e di pari dignità estetica degli oli.Essi si propongono efficaci interpreti della carica energetica dispiegata dall’artista, procedente con andamento tipicamente diagonale per accentuare l’effetto del movimento, del resto assecondata dai ritmi cromatici incalzanti e dalla vivacità dei toni: si veda, ad esempio, come Passalacqua abbia interpretato l’incandescente ideazione strawinskiana dell’Uccello di fuoco.

Un discorso analogo si può fare per altri cicli tecnicamente, ma non certotematicamente, analoghi, come Le quattro stagioni, i Voli e le Vele, una densissima produzione, frutto complessivamente di un trentennio di lavoro. In particolare, Le quattro stagioni sono dedicate, nel contesto di una più diffusa sensibilità ecologica, alla dimensione arborea e floreale. Spetta infatti ai fiori offrire i lineamenti più coinvolgenti del ciclico, annuale susseguirsi dei tempi meteorologici, e quindi dei ritmi biologici e psichici: un fiore, si sa, è appena un frammento minuscolo della realtà, fragile ed effimero, eppure in quel microcosmo si specchia il macrocosmo, si affaccia il Tutto.

Si guardi, ad esempio, alle Fresie in fiore, e al tenero verde della pianta, che Passalacqua ha scelto quale annunciodi rinascita della vita dopo il grande letargo invernale. Non è certo senza significato che lo splendore di un fiore – di fronte a cui, ci assicura il Vangelo, Salomone con tutta la sua sapienza e la sua ricchezza, non potette mai indossare un abito più elegante – costituisce un dono gratuito, del tutto inutile, sprecato, ad uno sguardo meramente funzionalistico. Credo non sia azzardato proporre una lettura dal sapore cosmologico della pittura di Lina Passalacqua, basti citare la serie dei Voli, tutta incentrata sugli elementi, non quelli del sistema periodico di Mendeleev, quanto i protagonisti delle cosmologie tradizionali: terra, aria, acqua e fuoco. Ma vorrei anche coinvolgere nel discorso “Le vele”, un tema allegorico quant’altri mai, nelle cui pieghe si percepisce il suono del mare: gonfiare le vele è espressione sinonimica della partenza, dell’avvio dell’umana avventura, degli Argonauti che puntano temerari oltre le colonne d’Ercole, al di là di terre e mari allora conosciuti. Proprio queste associazioni simboliche, ed altre simili valenze mitiche, mi sembrò giusto evocare all’attenzione dell’osservatore, presentando nel 1999 la mostra delle “Vele”, allestita nella Cripta delle statue del duomo di Siena.

Ma, come ho già avuto occasione di accennare, questi cicli appartenenti al più recente trentennio di attività di Passalacqua, sono lontani dall’esaurire la sua lunga e intensa attività pittorica, come la mostra ricorda giustamente: ecco la felice fase Pop degli anni Settanta e Ottanta; la numericamente contenuta, ma profondamente sentita, produzione di Arte sacra (per Il Verbo si è fatto carne, un olio del 1989, non è eccessivo parlare di capo d’opera: Fillia l’avrebbe sicuramente inserito in un ideale repertorio di Arte sacra futurista). Ecco le prove, più tradizionali, degli anni Sessanta che riflettono (anche documentariamente, con le inquadrature del suo studio) l’importante discepolato presso il pittore e incisore Carlo Alberto Petrucci. Ma soprattutto occorre qui almeno ricordare quella che è stata la costante e più autentica matrice del lavoro antico e recente dell’artista: il disegno. Ritratti, schizzi più o meno elaborati, ideazioni di quadri futuri: il “matitatoio”, di cui parlavano gli antichi, riconferma le ragioni della pittura e la solidità del lavoro di Passalacqua in una stagione in cui la trovata e il calembour sembrano spesso avere la meglio.

Presentazione in catalogo LINA PASSALACQUA – Cosmico Dinamismo

Gangemi International Editore, dicembre 2017

Mostra Antologica Museo del Vittoriano dal 14/12/2017 al 14/01/2018 Roma 

Renato Civello

Lina Passalacqua: il dinamismo visualizzato

14 aprile 1989

Originaria della Calabria, ma residente a Roma dal 1962 (dove ora è titolare di figura disegnata al liceo artistico di via Ripetta), Lina Passalacqua è arrivata ufficialmente alla pittura, sua passione primaria e incondizionata, nei primi anni Sessanta; aveva fatto teatro, e con notevole successo, lavorando per il Piccolo Teatro di Bolzano e lo Stabile di Catania, in ruoli di primo piano, accanto a Memo Benassi, Annibale Ninchi, Turi Ferro, Umberto Spadaro ed altri famosi attori. Ma l’arte dell’immagine può essere davvero, per dirla con Valery, vice impuni, che raffiora ostinatamente e domina su tutto. Del resto, i frutti di questo straordinario amore, si sono avuti, e di sicuro prestigio.

Lo ha sottolineato, nella limpida e fine premessa al catalogo della personale, Mario Verdone. Che, da esperto di riconosciuta autorità del futurismo, non ha mancato di richiamare la legittimità di certe ascendenze: ad esempio di Boccioni, di Balla, e ancor di più di Depero. Ma faremmo subito un torto alla bravissima artista, se non dichiarassimo il vitalismo autentico – un apriori che si rivela quindi tessuto di coscienza – del suo figurare.

E allora, non importa che si possa ravvisare in Inquietudine o in Frammenti nello spazio una congenialità genetica con la più alta stagione futurista, o nello splendido olio Schegge di memoria quella “sintesi plastica di cose o di fatti percepiti direttamente dall’occhio e trasposti dallo spirito” che il Maillard identifica nell’architettura pittorica légeriana. E tanto meno importa che in certi dipinti, insieme geometrici e compenetrati in cadenze di “simultaneità”, possa scorgersi qualche suggerimento di costruttivisti (o suprematisti) come Tatlin, Malevic o Lissizkij, o del “Non obiettivismo” di Rodchenko in positiva collusione con i ritmi, impropriamente detti neoplastici, di Mondrian e di Van Doesburg: qui, in Lina Passalacqua, la proiezione culturale è splendidamente verificata da un temperamento che non ammette dogmatismi di sorta.

A monte delle colorate orditure, del tutto astratte o ancora legate ad un’allusività realistica, speculativamente congegnate come Liberazione da una situazione non vitale, o musicalmente visionarie come La luna fa capolino fra i boschi di Cesano, c’è sempre la logica radicale dell’emozione. Come non sentire che Passalacqua è vocata e coinvolta senza riserve?

La sua eleganza e la sua forza si sposano così bene da superare ogni possibile contrasto fra il puntiglio filologico di una scrittura autonoma e l’urto irrazionale delle interne pulsioni. Gli aspetti compositivi lucidamente reinventati sulla reciprocità degli spazi-forma e delle partiture-luce, rivelano, a saperli leggere fuori degli schemi asettici del purovisibilismo, un fermento dialettico che riassume ed esalta motivazioni di pensiero e d’anima. La sensibilità di fondo non ha mai permesso a Lina Passalacqua di operare a freddo, anche se con aristocratica finitezza, fra i mille teoremi del cultismo: la sua identità sostanziale è, in definita, nel vero dinamico, nelle ipotesi di un pensiero che si espande dalla sua usura della norma ascoltando il tumulto del cuore.

È una vita, questa, che ha consentito all’artista di alimentare dal di dentro la propria maturazione estetica escludendo per convinta elezione il rischio di massificare idee ed impulsi. Certo, bisogna riconoscere che la conseguenza diretta della rinuncia al facile, all’accomodato, al provvisorio gratificante non può che essere il disagio. Lina Passalacqua avverte, in virtù di questo amaro privilegio, l’evidenza dell’effimero che caratterizza la via contemporanea: “Viviamo nell’epoca del flash – afferma durante un colloquio con Enzo Benedetto – e tutto appare frammentario … Sono impressionata dai flash, dalle schegge di vita che ci colpiscono continuamente. Vivo in una società fatta di flash, che rischia di perdere la memoria storica, e forse anche quella morale”.

Forse proprio per questo, come recupero di una spiritualità che resta vigile a dispetto della ragnatela distratta e meteorica delle occasioni troviamo in molti acrilici ed oli di Passalacqua, in armoniosa coesistenza con una visione novatrice, qualche inserto tardo rinascimentale, e non è per nulla gestualità accessoria del linguaggio, ma energia, appunto, etica, compendio di equilibrio e di sentimentale ricchezza.

È chiaro che una pittura così impostata (e si potrebbero aggiungere, naturalmente, i bassorilievi in legno di cirmolo o in pino di Russia) non è per chi abbia scarsa familiarità con l’espressione artistica moderna. Ma non potrà sfuggire ad alcuno, anche sulla scorta del solo buon gusto, che l’opera offerta al suo occhio è incardinata, senza dubbio, a vigorose radici psico intellettuali. E che Lina Passalacqua è, comunque, presenza significante.

dal libro Artisti del Novecento a Roma, pp. 275-276-277

Rendina Editori, settembre 2003, Roma

Renato Civello – UNA CALDA ELEGANZA

settembre 1987

Queste opere di Lina Passalacqua, pastelli e tecniche miste dove anche l’inserto episodico del collage ubbidisce ad una logica interna della struttura, sfuggendo così al compiacimento accattivante, nascono senza dubbio nel segno della cultura. Ma occorre dire subito che la loro finezza, ad un tempo istintiva e di elezione, non è mai umiliata da una filologia dell’immagine fine a se stessa: c’è tanto delicato vibrare di motivazioni colloquiali, pur nella persistenza della metafora e dell’analogia allegorizzante, c’è tanto flusso patetico sotto la generosa vendemmia delle forme, tanto calore di avvertimenti, dietro le smaglianti fughe dalla illusorietà fenomenica, che l’approdo d’arte è integralmente abilitato ad un rapporto corale e permanente.
Non inganni dunque l’aristocrazia di un registro che nulla affida alle combinazioni fortuite; la calibrata orditura del disegno; il sottilissimo filtraggio della cromìa; l’insistenza di un dettaglio enucleato dal mobile contrappunto – la mano inquietante di Férmati qualche volta, il volto supino del Risveglio di Eva, una macchina, un occhio sgranato, la grande bocca che simboleggia la pubblicità – o una allusività segnica di sicura eleganza, ma qua e là ai limiti dell’anamorfosi.
Tutto accredita la sussistenza di un pensiero che fa i conti con la storia e con la più alte venture, insieme, dell’umanesimo sovrastorico; ma tutto è anche tributario, nelle realizzazioni di Lina Passalacqua, di un amore insistito, di una rigorosa coscienza morale, niente affatto appannata dagli idòla del consumismo e che assume spesso l’ardore di una requisitoria. Allora l’emancipazione professionale, che sarà individuata con certezza dall’osservatore allenato, sfocia in una totale autonomia di linguaggio, anche se è logicamente coordinata ad alcuni modelli esemplari della figurazione moderna.
Vorremmo chiamare in causa come ascendenza privilegiata, per certo dinamico espandersi della linea dal ragguaglio oggettivo, la stagione rivoluzionaria del primo Futurismo? Oppure, per certo simultaneo fiorire del colore in termini di ipotesi evocativa, il “fraseggio orfico” enunciato da Apollinaire per i dipinti di Delaunay? O ancora, quando si accentua la distanza della connotazione esterna con una inventività geometrizzante, il Costruttivismo di Tatlin o addirittura il Non-obiettivismo di Rodechenko? Ma non dimentichiamo che Lina Passalacqua astrae (e lo fa nei momenti in cui il rimando alla natura è apertamente ripetitivo e memoriale) solo per svelare, dietro la fluidità delle vesti epifaniche, le consistenze non peregrine, ciò che scampa alla provvisorietà e al tumulto degli accadimenti; o, almeno, per lasciare incorrotto, nella superiore purezza nell’ansia gnoseologica, l’interrogativo esistenziale.
La sua operazione estetica, pertanto è promossa assolutamente in nome proprio, non è mai mortificata da correlazioni di sudditanza. Fermo restando, beninteso, come avviene ai più elevati livelli di merito, un possibile clima di congenialità: quale potrebbe essere, ad esempio, l’adeguarsi più o meno volontario, al di là di opinabili parametri di cultura, ad alcune soluzioni tecniche del cubismo o, più specificatamente, a quelle tecnico-spirituali del Vorticismo dell’inglese Whindham Lewis.
Ma fatto è che questi disegni-pittura di Lina Passalacqua sono interamente fruibili come dono di grazia e di forza; come eloquenza attiva, che coinvolge la cronaca e l’universale. Intanto sento il bisogno di sottolineare che il “buon mestiere”, con tanta disinvoltura accantonato anche a latitudini insospettate, ha fatto miracoli: i conti tornano perché le vie dell’emozione lirica trovano il supporto di un’agguerrita sintassi. Senza che per questo l’intenzione di un’architettura linguisticamente elaborata faccia cattivo gioco alla genuinità e alla immediatezza del sentimento primario. La brava artista, sempre più apprezzata da che se ne intende, lavora con uno scrupolo quasi artigianale, nobiltà d’altri tempi oggi buttata alle ortiche, ma, anzitutto, con l’animo pieno: condizione che la salva dall’acquamorta del così detto sperimentalismo. Non cadiamo nello stesso equivoco in cui cadde il buon Giordani, che scambiò la ricchezza espressiva del Boccaccio per preziosità.
Qui, nell’opera di Passalacqua, tutto è armonia, sapienza distributiva, respiro poetico. La gamma che s’innerva o si dissolve riconduce alla stessa mediazione non asettica, ma implicante, piuttosto, e prodiga di risonanze durature. L’arabesco e il volume, l’idea e la passione concorrono, parallelamente, ad esplorare il mistero di vivere.

Presentazione in catalogo PASSALACQUA – Variazioni sul metodo – opere su carta

Mostra Personale Casa d’Arte La Gradiva dal 6 al 16 settembre 1987 Montecatini Terme (PT)

Giorgio Di Genova

[Lina Passalacqua] predilige scansioni di forme di frastagliato geometrismo, che, dopo aver subito una forte attrazione per orchestrazioni tendenti all’aniconico, di qualche reminiscenza futurista, tanto che per alcuni aspetti si potrebbe parlare per lei di cubo futurismo (Bosco, 1972; Omaggio a Balla, 1973), ha cominciato a dare maggiore oggettivazione agli elementi delle sue composizioni (Frammenti, 1973; Ingranaggi, s.d.). le sue opere (…) prediligono l’esemplificazione centripeta degli elementi (Il salvadanaio è chiuso, 1983) al collage pittorico (Colpo d’occhio, 1988), dal crepitare visivo di lingue cromatiche (Il Verbo si è fatto carne, 1989) alle limpide esemplificazioni (Embrione, 1990), giù giù fino alle volute atmosferiche pregne di luce (Verso la libertà, 1995; Nel cosmo, 1996).

Se il bisogno di chiarezza spesso fa prediligere alla Passalacqua l’impaginazione caleidoscopica, quando l’empito della memoria o dell’emozione si fa più intenso, l’impianto strutturale delle scene si arricchisce sia spazialmente (La luna fa capolino fra i boschi, 1984; Volo di rondini, 1985; Frammenti nello spazio, 1987) che morfologicamente (Schegge di memoria, 1988; Autoritratto, 1991). L’immagine più definita ora s’avverte in filigrana (Mischia, 1989) ed ora invece s’introduce o fa capolino tra le rotture compositive (In principio era la Grande Dea?, 1982; Nozze d’argento, 1983, Trasformazione, 1984; Schegge di memoria, Colpo d’occhio, 1988, Autoritratto, 1991) quando non s’accampa sulla scena, com’è nella figura femminile a braccia aperte che salta in Liberati dalle pastoie: esisti del 1984, a ribadimento di una mai sopita attenzione per l’iconismo veristico, a cui infatti in varie riprese ella si dedica in tecniche miste su carta e in ritratti a carboncino o a matite colorate.

da Storia dell’Arte Italiana del ‘900 – Generazione anni Trenta, pp. 563-564

Edizioni Bora s. n. c., Bologna, dicembre 2000