settembre 1987

Queste opere di Lina Passalacqua, pastelli e tecniche miste dove anche l’inserto episodico del collage ubbidisce ad una logica interna della struttura, sfuggendo così al compiacimento accattivante, nascono senza dubbio nel segno della cultura. Ma occorre dire subito che la loro finezza, ad un tempo istintiva e di elezione, non è mai umiliata da una filologia dell’immagine fine a se stessa: c’è tanto delicato vibrare di motivazioni colloquiali, pur nella persistenza della metafora e dell’analogia allegorizzante, c’è tanto flusso patetico sotto la generosa vendemmia delle forme, tanto calore di avvertimenti, dietro le smaglianti fughe dalla illusorietà fenomenica, che l’approdo d’arte è integralmente abilitato ad un rapporto corale e permanente.
Non inganni dunque l’aristocrazia di un registro che nulla affida alle combinazioni fortuite; la calibrata orditura del disegno; il sottilissimo filtraggio della cromìa; l’insistenza di un dettaglio enucleato dal mobile contrappunto – la mano inquietante di Férmati qualche volta, il volto supino del Risveglio di Eva, una macchina, un occhio sgranato, la grande bocca che simboleggia la pubblicità – o una allusività segnica di sicura eleganza, ma qua e là ai limiti dell’anamorfosi.
Tutto accredita la sussistenza di un pensiero che fa i conti con la storia e con la più alte venture, insieme, dell’umanesimo sovrastorico; ma tutto è anche tributario, nelle realizzazioni di Lina Passalacqua, di un amore insistito, di una rigorosa coscienza morale, niente affatto appannata dagli idòla del consumismo e che assume spesso l’ardore di una requisitoria. Allora l’emancipazione professionale, che sarà individuata con certezza dall’osservatore allenato, sfocia in una totale autonomia di linguaggio, anche se è logicamente coordinata ad alcuni modelli esemplari della figurazione moderna.
Vorremmo chiamare in causa come ascendenza privilegiata, per certo dinamico espandersi della linea dal ragguaglio oggettivo, la stagione rivoluzionaria del primo Futurismo? Oppure, per certo simultaneo fiorire del colore in termini di ipotesi evocativa, il “fraseggio orfico” enunciato da Apollinaire per i dipinti di Delaunay? O ancora, quando si accentua la distanza della connotazione esterna con una inventività geometrizzante, il Costruttivismo di Tatlin o addirittura il Non-obiettivismo di Rodechenko? Ma non dimentichiamo che Lina Passalacqua astrae (e lo fa nei momenti in cui il rimando alla natura è apertamente ripetitivo e memoriale) solo per svelare, dietro la fluidità delle vesti epifaniche, le consistenze non peregrine, ciò che scampa alla provvisorietà e al tumulto degli accadimenti; o, almeno, per lasciare incorrotto, nella superiore purezza nell’ansia gnoseologica, l’interrogativo esistenziale.
La sua operazione estetica, pertanto è promossa assolutamente in nome proprio, non è mai mortificata da correlazioni di sudditanza. Fermo restando, beninteso, come avviene ai più elevati livelli di merito, un possibile clima di congenialità: quale potrebbe essere, ad esempio, l’adeguarsi più o meno volontario, al di là di opinabili parametri di cultura, ad alcune soluzioni tecniche del cubismo o, più specificatamente, a quelle tecnico-spirituali del Vorticismo dell’inglese Whindham Lewis.
Ma fatto è che questi disegni-pittura di Lina Passalacqua sono interamente fruibili come dono di grazia e di forza; come eloquenza attiva, che coinvolge la cronaca e l’universale. Intanto sento il bisogno di sottolineare che il “buon mestiere”, con tanta disinvoltura accantonato anche a latitudini insospettate, ha fatto miracoli: i conti tornano perché le vie dell’emozione lirica trovano il supporto di un’agguerrita sintassi. Senza che per questo l’intenzione di un’architettura linguisticamente elaborata faccia cattivo gioco alla genuinità e alla immediatezza del sentimento primario. La brava artista, sempre più apprezzata da che se ne intende, lavora con uno scrupolo quasi artigianale, nobiltà d’altri tempi oggi buttata alle ortiche, ma, anzitutto, con l’animo pieno: condizione che la salva dall’acquamorta del così detto sperimentalismo. Non cadiamo nello stesso equivoco in cui cadde il buon Giordani, che scambiò la ricchezza espressiva del Boccaccio per preziosità.
Qui, nell’opera di Passalacqua, tutto è armonia, sapienza distributiva, respiro poetico. La gamma che s’innerva o si dissolve riconduce alla stessa mediazione non asettica, ma implicante, piuttosto, e prodiga di risonanze durature. L’arabesco e il volume, l’idea e la passione concorrono, parallelamente, ad esplorare il mistero di vivere.

Presentazione in catalogo PASSALACQUA – Variazioni sul metodo – opere su carta

Mostra Personale Casa d’Arte La Gradiva dal 6 al 16 settembre 1987 Montecatini Terme (PT)